Fichte, per mantenersi, lavorò come precettore in Germania e in Svizzera, vivendo anni difficili che temprarono il suo carattere. Fu affascinato dalla filosofia di Kant, soprattutto dal valore assoluto attribuito alla libertà del soggetto, e si recò a Königsberg per ascoltarne le lezioni e mostrargli i suoi scritti. La sua prima opera, il Saggio di critica di ogni rivelazione (1792), venne addirittura scambiata per un’opera kantiana, segno del suo talento. Nel 1794 divenne professore a Jena, ma fu costretto a lasciarla a causa di accuse di ateismo, dopo aver identificato Dio con l’ordine morale del mondo. A Berlino entrò in contatto con importanti esponenti del Romanticismo, come Schlegel e Schleiermacher, e durante l’occupazione napoleonica pronunciò i celebri Discorsi alla nazione tedesca (1807-1808), in cui esortava alla liberazione dal dominio straniero e proponeva una nuova educazione fondata sulla libertà e sul primato spirituale del popolo tedesco. Nel 1810 ottenne la cattedra all’Università di Berlino e ne divenne rettore. Negli ultimi anni unì al suo pensiero etico un profondo slancio religioso, fino a definirsi “sacerdote della verità”. Morì di colera nel 1814, a cinquantadue anni, probabilmente contagiato dalla moglie che curava i feriti di guerra.
Il nucleo del suo pensiero è l’affermazione dell’Io come principio assoluto e infinito. Fichte porta alle estreme conseguenze la filosofia di Kant, rifiutando l’idea di una “cosa in sé” esterna e inconoscibile, che per lui limita ingiustamente il soggetto. L’Io, nella sua prospettiva, non è solo ordinatore dell’esperienza, ma è origine e fondamento di tutta la realtà: è il “Grande Io” da cui dipendono la natura, le cose e lo stesso corpo umano. In questo senso, l’idealismo fichtiano segna la piena incondizionatezza del soggetto, libero perché non subordinato a nulla di esterno.
Fichte distingue nettamente l’idealismo dal dogmatismo. Quest’ultimo, fondato sulla convinzione che la conoscenza dipenda dalle cose, nega la libertà e conduce a un materialismo determinista. L’idealismo, invece, riconoscendo l’infinità dell’Io, apre la strada alla piena realizzazione etica. Per questo, secondo Fichte, aderire all’idealismo non è solo una scelta teorica, ma anche una scelta di vita: chi ha un temperamento attivo e intraprendente sarà naturalmente portato verso di esso, mentre chi è passivo si rifugerà nel dogmatismo.
L’Io fichtiano non è l’io individuale di ciascuna persona, ma un Io puro, attività creatrice universale che dà senso e realtà al mondo. Senza la coscienza che lo percepisce, il mondo non avrebbe alcun significato. Questa attività si articola in tre momenti: nella tesi, l’Io pone se stesso come attività autocreatrice; nell’antitesi, l’Io pone il non-Io, cioè la natura e i limiti che lo contrastano; nella sintesi, l’Io si particolarizza negli io empirici e concreti, che vivono nel mondo accanto a una molteplicità di oggetti. L’Io puro, quindi, è spirito in continua tensione verso la libertà e la perfezione, in un processo infinito di autorealizzazione.

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